Artisti per caso

Ero in camerino, e stavo togliendomi il costume e levandomi il trucco, quando bussarono alla porta. Entrò una donna, era chiaro che aveva pianto molto. Mi disse “lei non saprà mai cosa ha fatto per me questa sera. Grazie”. Se ne andò senza aggiungere altro. Più tardi venni a sapere che poco tempo prima, il figlio di 9 anni di quella donna era stato travolto e ucciso da un camion, davanti ai suoi occhi. Non era riuscita a versare una sola lacrima, mai, sino a quando assistette a Lamentation. Quello che ho imparato quella notte è che c’è sempre almeno una persona del pubblico a cui giunge il nostro messaggio. Almeno una.”
(Martha Graham)

Non so se so scrivere, non so se le mie parole riescono a restituire il mio mondo intatto, per quello che è davvero, senza modificare neanche di una mezza virgola tutto quello che sento.

Non mi sento un’artista, purtroppo. O forse meno male. Non so.

Che io mi muova nello spazio urlando con il mio corpo quello che provo, che io scriva una serie di lettere una di seguito all’altra sperando si tradurre tutta me stessa, so che alla fine c’è almeno quell’unica persona, una soltanto, che magari rimane celata, di cui non saprò mai nulla, che alla fine coglie i senso di quello che faccio e che anzi, si vede riflessa in quello che esprimo.
E forse segretamente mi ringrazia. E altrettanto silenziosamente ricambio.

La questione è comunicare, la lingua che si usa per farlo è irrilevante. (Aldo Nove)

Questo post va letto in silenzio. Come Lamentation.

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