Questioni di lingua

Chissà quanti, leggendo il titolo, avranno sperato in un post dedicato a quei bei baci lunghi lunghi… e invece no, parliamo proprio della lingua parlata, quella con cui il più delle volte ci esprimiamo. O almeno ci proviamo.

Da un po’ di tempo sono protagonista di un triangolo particolare: Ivrea-Caserta-Milano. Sono nata a Ivrea, ma vivo a Milano e i miei genitori sono di Caserta, il che mi pone proprio al centro di una tarantella linguistica.

Per ovvie ragioni la mia cadenza è sempre stata lievemente piemontese, ovunque andassi, anche se con un’iniziale difficoltà, ogni volta che aprivo bocca, venivo sempre additata come la “Torinese”, come se non esistessero altre città piemontesi… Al contrario a Ivrea, spesso mi veniva rivelato che la mia parlata era molto soft, che la mia cadenza era quasi impercettibile, e questo lo dovevo al fatto che a casa i miei parlassero napoletano. Così lentamente certi modi di dire, più che la pronuncia, si sono infiltrati nel mio linguaggio, come ad esempio il famoso “scatolo”, al posto di scatola.

Poi col trasferimento a Milano, a causa anche del lavoro che faccio, mi viene implicitamente chiesto di azzerare la mia cadenza. Tutti le vocali chiuse le “e” strette alla piemontese, suonano come una specie di bestemmia nel capoluogo lombardo e così in due anni, con un costante levighio alla mia parlata, le mie “e” si aprono a dismisura. Divento una milanese. Una di quelle che arriva da Rozzano, tanto per intenderci. Me lo fanno notare delle mie amiche torinesi, durante una cena: osano chiamarmi “la milanese” e rifanno il verso alle mie varie “letto” “sette” “detto” e via dicendo. Ed è li che inizio seriamente a pensarci: ma qual è la mia lingua?

In realtà questo Frankenstein linguistico mi piace, mi rende un po’ unica a mio modo, quando pronuncio “menta” sono irreparabilmente piemontese, se ho bisogno di uno “scatolo” sono napoletana al 100% e se voglio la “cotoletta” sono ovviamente milanese. Sono il risultato delle mie vicissitudini geografiche. Dimmi che lingua parli e ti dirò chi sei, potremmo dire.
La lingua svela il tuo percorso di vita in qualche modo, rivela le tue scelte, porta a galla il tuo passato e la dice lunga sul nostro presente, su come interagiamo con lui. La voglia di assimilare le “e” non è altro che il desiderio di essere compresa all’interno di una cultura e di una città che tendono ad emarginare.

La lingua è la veste del pensiero. Samuel Johnson.

Da leggere ascoltando Carla Bruni – Quelqu’un m’a dit
Pure lei ne sa qualcosa di cambi di lingua…

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2 thoughts on “Questioni di lingua

  1. Sono messa come di te! Irlandese che ha fatto scuola d’Italiano a Roma (mi dicono che è per questo che le doppie non mi vengono) a Torino con marito e parentela Molisano. Non so cosa parlo. Mi prendono in giro per le “rho sset tte” in panetteria, il “neh” che metto come “question tag”, e anche le varie “Stut’la’luc”/ “yammeya” apprese in famiglia. Non solo, parlando con gli amici in Irlanda a volte i vocaboli non mi vengono subito e mi chiamano “L’Italiana”. Che dire – si fa quel che si può! Diciamocelo siamo poliglotte e ne andiamo fiere!!

    • Bhe, carissima, tanto di cappello! il mio poliglottismo in realtà fa lo slalom tra un dialetto e l’altro, nel tuo caso, addirittura tra una nazione e l’altra! Brava 😉

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