H/H

Banana Yoshimoto. H/H.
Lo apro, a metà c’è un biglietto del treno, uno di quelli grandi, smangiucchiato ai lati. Ho l’abitudine di utilizzare tutto tranne che i segnalibri classici per tenere il segno alla pagina a cui sono arrivata.
Una stecca di un ghiacciolo, un pezzo di spago, un cartellino di un vestito nuovo, una cartolina, un righello di plastica leggera, un calendarietto plastificato (quello deve avermelo lasciato mio padre, lui li colleziona), un quadrifoglio secco, persino una vecchia polaroid, ma neanche l’ombra di un segnalibro canonico. No.
Bene, apro il libro e scruto con cura il biglietto, lo giro e cerco di leggere la traccia sbiadita lasciata dall’obliteratrice: 7 dicembre 2007, Roma Termini, 6:53. Tre anni fa. Cosa facevo tre anni fa? E’ un istante.
Un flash veloce e la mia mente si catapulta all’indietro, a quando vivevo a Roma e sognavo di fare l’autrice televisiva ed ero sicura che avrei scritto la serie più innovativa della storia della Tv proprio mentre mi incamminavo ogni mattina in zona Lepanto, per andare a fare la dialoghista-stagista per una nota soap italiana.
Giro e rigiro quel biglietto e i ricordi affiorano, doveva essere un venedì, perchè il venerdì tornavo a casa, alla mia casa di allora, Caserta, dai nonni materni. Mi ricordo l’odore di Roma, che è diverso da quello di Milano, mi ricordo il giallo, perchè ogni città emana un colore diverso e Roma è gialla; mi ricordo i viaggi in treno verso Caserta, quando tentavo di leggere un libro ma i passeggeri dello scompartimento avevano la meglio e mi coinvolgevano in assurdi discorsi variegati; mi ricordo i week end di riposo in cui i mie 27 anni si annullavano e tornavo la prima viziata nipotina dei nonni; mi ricordo i viaggi di ritorno verso Roma la domenica sera con la borsa piena di cibo e un panino con la cotoletta che sbranavo quando il treno non aveva ancora superato la Reggia; mi ricordo Piazzale Bologna a Roma, che non dormiva mai, e gli studenti che sbucavano da tutti i portoni con la birra in mano a chiacchierare a qualunque ora della notte; mi ricordo le mie settimane faticose in una città rumorosa in cui vivevo con poco entusiasmo, reduce da un’altra relazione chiusa, non ricordo quale… ricordo la casa sgangherata, i coinquilini che non ho mai più rivisto, la mia valigia che mi ha accompagnata l’anno successivo in Canada e poi fino a qui a Milano.

Riguardo il biglietto, mi ha regalato un secondo viaggio, portandomi indietro con la mente oggi. Guardo il libro, lasciato a metà, come molte cose della mia vita. Leggo una riga a caso, mi pace farlo di tanto in tanto, come se interrogassi i volumi quasi fossero un oracolo, e leggo:

“Ah si, Comunque è bella la sala da bagno” la rassicurai…

Bhe, che ci volete fare, i libri sono solo libri, mica oracoli.
In fondo (…) il mondo é fatto per finire in un bel libro. Stéphane Mallarmé

Da acolatre con Digital Love (Daft Punk Cover) – Alphabeat

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