Canada – seconda parte

Questa è la storia di una ragazza che sogna in grande ma che finisce sempre col racimolare briciole di amara realtà.

Avevo appena finito un master che avevo frequentato perchè volevo fare la sceneggiatrice, perchè volevo fare il grande cinema. Ma non avevo uno straccio di lavoro. E così ne approfittai. Da gran clichè femminile quale sono, mi innamorai di un filmaker che faceva il cinema, quello della piccola bottega in Canada e così, decisi di partire alla scoperta dell’amore e del mondo. Povera, piccola, sognatrice, non lo sai che come le bugie, i sogni hanno le gambe corte e non vanno da nessuna parte?

Vorrei elogiare il Canada, perchè è una terra meravigliosa, ma per me si trasformò in un campo minato. La convivenza divenne invivibile già dopo un mese e io mio biglietto di ritorno mi ricordava che dovevo resistere per altri tre mesi. I più lunghi della mia vita.

Avrei potuto decidere che, anche se la storia non aveva un gran senso, potevo comunque vivermi l’esperienza all’estero, trarre il meglio che potevo, tanto valeva divertirsi visto che dovevo stare là, no? Voi non avreste fatto così? Voi si, io ovviamente no. Mi trascinai da un posto all’altro, da un’esperienza all’altra con poco entusiasmo e stimolo.

Tutto mi sembrava inospitale, tutti parlavano francese o meglio quebequa, ed io parlavo inglese. Questo alzava un ostacolo insormontabile per la mia integrazione.
Non che io provassi ad integrarmi.

Per sopravvivere nella solitudine in cui mi trovavo, decisi di riempire le mie giornate di attività che si ripetevano, di banale e quotidiana routine, proprio quella che oggi evito e schivo. Allora, la cercai e la strinsi forte a me.

Colazione americana, lezioni di danza e di pilates al mattino, spesa giornaliera a Petit Italie o da Milano (il supermercato di prodotti italiani), bucato alla lavanderia a gettoni dove ne approfittavo per vedere un po’ di tv col gestore indiano, poi tornavo a casa per la cena. Poi una passeggiata per comprare un paio di birre al baracchino portoghese e subito dal fornaio per i begel appena sfornati, rigorosamente plane. Una birra, due se la giornata era stata particolarmente brutta, guardavo un film al computer e poi mi addormentavo sul materasso buttato per terra. Quando mi addormentavo o facevo finta, LUI rientrava a casa, mangiava e si addormentava sul divano. Quattro mesi di inferno.

Non l’ho mai più rivisto.

Ma non rimpiango nulla, anzi. Ho amato il Canada proprio per quello che ho vissuto.

Ricordo il cielo sterminato, infinito, la neve che non smetteva più, agli inizi di maggio, il calore delle persone che mi hanno ospitato nelle tappe di kitchener, Edmonton, Saskatchewan; Isabella, la pittrice rumena, con la quale feci il tour dei teatri a Toronto, Annie, la regista parigina che mi preparava sempre avocado e formaggio, e thè caldo ogni volta che passavo a salutarla, Rosy, la mia insegnate di alignment technique, che ha cercato di farmi ragionare sulla ricerca dell’allineamento del mio asse (e tutto ciò che ne deriva anche emotivamente parlando), Brian, il coinquilino pazzo che mi costringeva a mangiare il toast con burro d’arachidi e banana.
E questo è tutto.

Forse quest’anno ci ritorno. Non per creare un happy ending, ma per vivere il Canada. Un’altra volta. Sperando sia la volta giusta.

Perché ti meravigli tanto se viaggiando ti sei annoiato? Portandoti dietro te stesso hai finito col viaggiare proprio con quell’individuo dal quale volevi fuggire. Socrate

Da leggere ascoltando Leonard Cohen – Tonight Will Be Fine

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