Berlino

La mia vita da berlinese inizia così, in una casa di legno.
Dormiamo da un amico italiano che fa il cuoco e che a Berlino fa una vita davvero dura.
La casa è tutta di legno, è una di quelle case che se chiudi gli occhi, la prima cosa che ti viene in mente è il tonfo degli anfibi massicci dei nazisti che salgono le scale tutti insieme per ripulire gli appartamenti dagli ebrei. Ogni volta che apri il portone principale, ogni volta che giri la maniglia, hai quel sussulto che dura un istante, quella terrificante paura di ritrovarti improvvisamente nella Berlino degli anni ’40. La sensazione è strana: è come se qualcosa di oscuro e terribile dormisse rintanata nel sottosuolo ed emanasse un continuo riverbero di quell’orrendo pezzo di storia.

Ma varcata la soglia, capito che ci si trova nella Berlino Est del 2011, la sensazione è completamente diversa. Ci si imbatte in un’atmosfera rinnovata e pregna di movimento. La cosa che ci colpisce più di tutte, è che camminando, ovunque arriviamo, qualunque zona sia, sembra sempre di percorrere il perimetro della periferia. Non si ha mai la sensazione netta di trovarsi in centro e di allontanarsi poi, per raggiungere i sobborghi. Prendi la metropolitana, scendi in una delle miriadi di fermate, di una delle miriadi di linee, e magicamente ti trovi in un quartiere periferico. E cammini, perchè li, camminare per strada, è un piacere. I berlinesi mica fanno come qui a Milano. Sembra quasi che amino la loro città. La domenica è fatta per vivere le strade. Per animare i parchi. Per stare tutti insieme a bere qualcosa, o per andare nei mercatini dell’usato o in bici. Capita persino di imbattersi in allegre famigliole che popolano i prati, con i bambini che giocano tra i rottami del muro e attorno ai totem che ti descrivo la sua storia, trasformando l’intera area come fosse un parco giochi. La Berlino riunificata di oggi. E percorrendo quello stradone dove passava il muro, continui a chiederti com’è stata possibile la sua costruzione e proprio non riesci a darti nessuna risposta plausibile.

Camminando camminando, arrivi in un punto clou, un palazzo intero insediato dagli artisti, dove ogni stanza è stata trasformata in uno studio: ogni 6 mesi artisti internazionali hanno la possibilità di lavorare ed esporre le proprie opere per pochi soldi. E la sera, puoi trovare un’atmosfera da Murazzi torinesi, birra a poco prezzo e ragazzi provenienti da tutto il mondo che si innamorano improvvisamente di te.
Arriviamo li la prima sera, dopo una giornata di lavoro milanese e un’ora e mezza di aereo, con lo zaino in spalle e la pioggerellina che ti infastidisce. Ci sediamo per assaggiare una Jever e ci si avvicina un ragazzo turco, a Berlino per vacanza. Ci chiede se siamo lesbiche, perchè per lui è strano vedere due donne in vacanza da sole, poi mi chiede quanti anni ho e mi domanda come mai, alla mia età, io non sia sposata e non abbia figli. Terminata l’insolita corte, passa un paio di ore a chiedermi se voglio dormire con lui. Proprio non se ne fa una ragione, gli dico no in mille modi, ma probabilmente capisce solo il turco o forse non è abituato a sentirsi dire no da una donna. Se ne va nel momento in cui, il nostro amico cuoco ci raggiunge.
E li inizia la nostra esperienza Berlinese.

Io ho ancora una valigia a Berlino/Ich hab noch einen Koffer in Berlin (Marlene Dietrich)

Da leggere ascoltando Sometime Later – Alpha

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