Un posto al sole

Venerdì. Mi preparo a questa serata da 2 settimane. Il pretesto è il compleanno di S., si quella della bicicletta, proprio lei. In realtà è un’occasione per rivedersi dopo molti mesi, di coccolarsi finalmente e di stare in famiglia, di tornare a casa. Mi sento sempre così quando vado a Torino. Ho un rapporto strano con questa città, che sento come una “gran madre” anche se non è la mia città natale. Vivo a Milano da quasi 3 anni eppure ogni volta che percorro quei 146 km, mi sento come quando da studente fuori sede, rientri a casa per il week end.

Giornata di lavoro infinita, faccio la doccia, prendo l’auto, attraverso la tangenziale e quando sono arrivata quasi all’imbocco dell’autostrada per Torino, lo vedo. Immenso, enorme, caldo. Sapete quel modo di dire “bello come il sole”… beh, è proprio vero. Sta li, in mezzo ai palazzi periferici, arancio – rosso, sembra innaturale. Lo fisso perchè voglio essere sicura che sia vero, non voglio che scompaia o peggio, non voglio rendermi conto di essermelo immaginato. Cosa ci fa un sole così innaturale in autostrada? Lo fisso mentre guido, passano i minuti, il sole si rimpicciolisce, la luce intorno si abbassa, il navigatore passa in modalità notturna. Me lo godo fino in fondo questo fenomeno naturale che sembra stare li a posta per me. Piano piano mi allontano da Milano, il sole si riduce a un broncio dietro le colline, mentre mi avvicino alla mia amata città.

Arrivo che ormai è quasi buio. So che è impossibile ma ci provo: percorro Corso San Maurizio con la speranza di trovare un parcheggio, dai tetti sbuca la Mole che mi saluta. Sto ascoltando Eden. Mi infilo in una stradina, sento che troverò parcheggio, arrivo in Largo Montebello, qui anni fa proprio andai a vedere la prima casa, che poi ovviamente non presi perchè troppo cara. Faccio tre giri e poi trovo parcheggio. Mi avvio a piedi verso piazza Carlo Alberto dove mi aspettano le mie amiche, la mia famiglia allargata. Prendo la macchina fotografica e inizio a fotografare tutti quei dettagli che catturano la mia attenzione, sembro una giapponese impazzita. Arrivo proprio sotto la Mole, guardo che retrospettiva stanno dando al Museo del Cinema, verifico che la successione di Fibonacci sia ancora lì, che non sia caduto neanche un numero, la fotografo col cellulare perchè da sempre lo sfondo del mio cellulare è un’immagine dal basso della Mole.

Giro l’angolo e vado su Via Po, incontro una delle mie amiche cha ha parcheggiato da quelle parti, non la vedo da ottobre ma è come se ci fossimo viste la mattina stessa, ci salutiamo e iniziamo a parlare del più e del meno mentre raggiungiamo le altre. Come due amiche che chiacchierano mentre fanno la spesa insieme. E penso che certi rapporti, certe abitudini te li porti ovunque, stanno li nel tempo e nello spazio e resistono col passare degli eventi, come quei viaggiatori che percorrono lunghe distanze sotto le bufere, col viso corrucciato per la fatica e il freddo.
Mentre cammino mi accorgo che le mie spalle si distendono, che il mio passo è più sicuro e che sorrido. L’aria fresca mi accarezza e anche se cadono alcune goccioline di pioggia di tanto in tanto, mi sembra di stare nella città più bella del mondo.

Ancora 10 metri e arriveremo dal resto del gruppo, in lontananza ne vedo la sagoma inconfondibile, quella altissima, quella dai capelli lunghi, quella che li ha corti, quella con i tacchi super alti, quella che sta sempre al cellulare, quella che appoggia il braccio sul fianco del marito…eccola li la mia famiglia. Penso – sto finalmente andando a casa –

Il legame che unisce la tua vera famiglia non è quello del sangue, ma quello del rispetto e della gioia per le reciproche vite. Di rado gli appartenenti ad una famiglia crescono sotto lo stesso tetto. Richard Bach.

Da leggere ascoltando Jovanotti -Il più grande spettacolo dopo il big bang

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