Tre città e una ferrovia

Vorrei fare una premessa, prima che qualcuno possa fraintendere. Questo non è, non può essere, non sarà mai un post di elogio alle Ferrovie dello Stato.

Bene.

Mi sveglio stamattina prestissimo nella casa in cui sono cresciuta, ad Ivrea. Percorro il kilometro che mi divide dalla stazione, c’è silenzio, nessuna auto, qualche anziano che si bene il caffè e prende un po’ di fresco. Mi affretto per acciuffare un treno diretto a Torino, città che vedo dopo soli 70 minuti di viaggio e 40 km scarsi.

Il treno arriva da Aosta e come ogni giorno, porta i pendolari a lavorare ad Ivrea, Chivasso e Torino. Nonostante l’inizio dell’estate fa caldo ed il treno è strapieno. Sono le 7.30. mi siedo in uno scompartimento semi vuoto. Circa 38 secondi per rendermi conto l’unico viaggiatore dello scompartimento è un pastore che deve aver passato la notte nella sua stalla; l’odore che emana è terribile, decido di cambiare scompartimento. Mi accascio sul sedile e cado in un sonno profondo, risvegliato dal controllore all’altezza di Chivasso. Alla stazione salgono una decina di adolescenti con la valigia, i partenza per la prima vacanza da soli, forse. Mi riaddormento, Torino Porta Susa, poi finalmente Porta Nuova.

Aspetto qualche istante alla fermata dell’autobus ma non vedendolo arrivare, decido di incamminarmi a piedi e percorro circa 4 km attraversando il centro, praticamente da sola. Non sono ancora le 9 e Torino sonnecchia, i negozi chiusi, poco traffico, qualche turista con la cartina in mano. Mi immergo nella città, felice di essere li. Supero il ponte di piazza Vittorio, raggiungo la Gran Madre, un senso di quiete si espande dentro di me.

Due ore più tardi circa, sono sullo stesso ponte, di ritorno verso la stazione. Acciuffo il treno per Milano. 2 ore di viaggio senza aria condizionata e una fauna degna di Dubliners: l’escursionista in mountain bike, il macrebino che viaggia con la sua mercanzia, la studentessa anemica di chimica, la coppia di amiche che vanno a fare shopping, la famiglia sudamericana di 5 elementi che sta su 4 poltrone, il sordo muto che passa lasciando fogliettini di carta sui tavolini, l’anziano che legge il messaggero, il ragazzo vestito da manager che probabilmente lavora al call center, il controllore che passa 10 volte e non chiede mai il biglietto e l’immancabile tenda blu si stoffa plastificata che sventola fuori dal finestrino.

140 km dopo, arrivo in un bagno di sudore a Milano Centrale, immersa nel caos come sempre. Sono le 14. Ci vogliono un paio di minuti perchè realizzi di essere arrivata a casa.
Mentre prendo la metropolitana penso al viaggio fisico e antropologico-sociale che ho percorso in 6 ore, da Ivrea a Milano, dal silenzio di una cittadina dove ancora si sente l’odore delle stalle, ad una metropoli dove il calore dell’asfalto ti cuoce i piedi.

Se non ci fossero state le Ferrovie dello Stato, tutto questo, non sarebbe stato possibile.

Ciascun giorno è farsi un giro nella storia. Jim Morrison.

Da leggere ascoltando TALKIN’ BOUT A REVOLUTION – TRACY CHAPMAN

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