Genova 22 luglio 2001-2011

Decido che oltre al corteo, voglio andare a vedere Piazza Alimonda, teatro del fattaccio. Quando arriviamo, la piazza è vuota, alcune vecchie prendono il fresco sotto gli alberi. La piazza non e’ piccola, è minuscola. La prima cosa che colpisce è la chiesa imponente e frontale che dà un forte senso di claustrofobia. La chiesa, rigorosamente chiusa, è come tutte le chiese liguri, a forma di fetta biscottata: larga frontalmente e sottilissima in profondita’, per risparmiare spazio. Di fronte alla chiesa c’ è un piccolo pezzo di prato recitanto che funge da rotonda, attorno alla quale gira una strada tanto sottile, da chiederti se in fondo in Liguria non utilizzino unita’ di misura ridotte. Al centro del prato, una lapide riporta il nome “Carlo Giuliani”, alcuni fiori e un passamontagna montato sulla croce, lo ricordano.

Vado vicino alla chiesa e guardo la targa che ne riporta il nome: Piazza Alimonda, corretto in vernice e rinominato in Carlo Giuliani, ragazzo. Cerco una panchina e mi siedo e guardo l’intera piazza, ci vuole poco, sta tutta in un unico sguardo. Pazzesco. Solo allora mi rendo conto della tragedia e rievoco dentro di me, il panico di 10 anni fa, il 22 luglio 2001. Il panico della camionetta della polizia, bloccata in quel vicolo, schiacciata contro la chiesa, senza possibilità di movimento e il panico di Giuliani, fagocitato dal clima di rivolta, kamikaze della protesta, che si getta contro la camionetta e contro la sua morte.

Quello che segue, addizionando i due panici e’ noto. Il gesto della retromarcia e le successive barbarie alla Diaz e a Bolzaneto tolgono ogni dignita’ d’alibi a quel giovane poliziotto che sparò contro un 20enne inferocito. Molti tendono a parlare di manifestanti barbari e vandali, mettendo in un unico fascio tute bianche, giovani con un senso politico vivace, black block ed esagitati, sbagliando. In quei giorni si radunarono a Genova personalità così tanto diverse tra loro, da non poter essere etichettate alla buona come “vandali”; perchè molti di loro, erano li per esercitare un diritto: manifestare.

Quelli da mettere in unico fascio, semmai, sono le forze dell’ ordine, che appartenendo ad un unico corpo, dovrebbero sempre ricordare, nel loro comportamento, di tenere alto il nome e la dignità, dell’arma che rappresentano. Ecco perchè quel giovane poliziotto, seppur spaventato e nel panico, rappresenta la stessa arma che commise le barbarie alla Diaz e a Bolzaneto. E come tale, si rende colpevole di omicidio volontario, esattamente come tutti i suoi colleghi che pestarono i manifestanti di Genova durante il G8. E nessuno di loro ha pagato. Questo rimane, credo, il più importante caso di ingiustizia italiano.

Sono ancora seduta sulla panchina e penso che l’unico ad aver pagato, è un giovane di 20 anni, che seppur scalmanato ed esagitato, seppur pronto a tutto contro quella camionetta, ha ricevuto alla fine, una penitenza troppo pesante. E proprio questo ha conferito dignità al movimento manifestante del G8. In fondo, senza i pestaggi e l’omicidio, la situazione sarebbe stata esattamente al contrario e quei giovani che lottavano contro il potere, sarebbero passati in fondo, dalla parte del torto, per banalizzare.
Ma il 22 luglio 2001, nel derby polizia-manifestanti, vinsero quest’ultimi con uno strepitoso autogol delle forze dell’ordine.

“Il militare non è ricorso a un uso eccessivo della forza. La sua è stata solo una risposta a quello che ha percepito come un reale e imminente pericolo per la sua vita e quella dei colleghi” – sentenza dell’agosto 2009, della Corte Europea che solleva Mario Placanica dal reato di cui era accusato.

Piazza Alimonda – Francesco Guccini

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