Giovani, superficiali e occupati (a progetto)

Mentre spulcio tra i blog, incappo in un post interessante scritto da Kabarè Voltaireil mio lavoro sono io” che mi fa riflettere molto sulla mia attuale situazione lavorativa. Devo dire che, per chi non se ne fosse mai accorto, non sono esattamente una persona positiva, anzi. Eppure la lettura del post mi mette di buon umore. Insomma, l’articolo è tutto improntato sul fatto che una volta avevamo un lavoro sicuro che ci permetteva di trovare anche buona parte di noi stessi, cioè uno se faceva il ragioniere poteva dire “buon giorno, sono il ragioniere Rossi”. Ora invece, cambiando lavoro ogni volta che respiriamo, data l’instabilità lavorativa, dovremmo cambiare biglietto da visita con la stessa frequenza con cui cambiamo le mutande, tutti i giorni, intendo dire.
Se ci pensate però, questo discorso ha un risvolto positivo: se prima si era costretti a capire subito quale fosse la propria vocazione, ad es. il ragioniere, ora ci si può permettere di prendersela con più calma, di indagare a fondo nei nostri desideri lavorativi, di capire davvero cosa vogliamo essere. Non solo, se prima nascevi e morivi ragioniere, ora si hanno infinite possibilità di fare esperienze nuove, che mai avresti immaginato. E se è vero che noi siamo il lavoro che facciamo, allora vuol dire che abbiamo infinite possibilità per capire chi siamo. Ci sono un mondo di persone nuove con cui entreremo in contatto, mestieri, competenze, abilità sconosciute che impareremo a sviluppare. E se siamo davvero bravi, possiamo fare tesoro di questa flessibilità travestita da incertezza lavorativa, a cui siamo sottoposti. Se dimostriamo di essere in gamba possiamo trasformarci in Frankestain del lavoro e imparare ad adattarci qualunque cosa ci venga chiesta di fare, in qualunque paese scegliamo di andare a vivere, qualunque lingua dobbiamo parlare. Certo, poi rimane da discutere il tema economico, quello delle pensioni, alla copertura sanitaria e al fatto che se davvero cambiamo lavoro troppo in fretta si finisce col imparare a fare tante cose in maniera superficiale.

Ma tant’è, la società va verso quella direzione e noi, in qualche modo dobbiamo adattarci. Toccherà sforzarsi ed imparare ad essere superficiali.

Si è così profondi, ormai, che non si vede più niente. A forza di andare in profondità, si è sprofondati. Soltanto l’intelligenza, l’intelligenza che è anche “leggerezza”, che sa essere “leggera”, può sperare di risalire alla superficialità, alla banalità.
Leonardo Sciascia, Nero su nero,

Da leggere ascoltando The Kooks – She Moves In Her Own Way

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2 thoughts on “Giovani, superficiali e occupati (a progetto)

  1. Grazie del tuo “pingback”… La superficialità vuol dire muoversi su una grandissima estensione (la profondità è un punto…) e che sia “peggiore” rispetto alla profondità è solo un punto di vista. Tuttavia nell’articolo ponevo questo problema: il lavoro è uno strumento per trovare quello che siamo, per conoscerci. Perchè l’operazione funzioni bisogna almeno avere un po’ di confidenza con quello strumento, capire se fa al caso nostro oppure no… e poi magari cambiare. Sarebbe auspicabile poter scegliere però…

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