Insegnamenti

Da leggere ascoltando Sam Cooke – Wonferful World

Questo non è un elogio alla mia mamma e non è neanche un modo per osannare la scuola pubblica. Questo è un piccolo, piccolissimo, anzi microscopico esempio di passione, di ideologia, di professionalità e di grande umanità, prima di tutto.

La mia mamma farà 60 anni il 3 agosto. E’ un’insegnante di matematica e scienze presso la scuola media inferiore (pubblica) nella sperduta provincia torinese.

L’altro giorno mi racconta di un suo alunno asiatico, adottato perché la sua mamma non poteva prendersi cura di lui e ricoverato presso un ospedale torinese perché malato di leucemia. Mi parla di lui come un esempio di positività, di energia e di uno che proprio non si abbatte per niente al mondo, neanche di fronte al fatto di dover studiare quasi un intero anno dal letto di un ospedale.

Mi dice che ha brillantemente passato l’esame di terza media, col massimo dei voti, perché è proprio bravo e che lo ha fatto dall’ospedale, tutti gli insegnanti sono andati lì. L’anno prossimo si iscriverà ad un liceo scientifico, me lo dice con orgoglio mia mamma, perché in quella sua decisione un po’ centra anche lei…mi dice che per un bel po’, finito l’orario scolastico, ha preso l’auto e il navigatore e se n’è andata all’ospedale, a fargli lezione. E io me la vedo la mia mamma, perdersi nel traffico torinese, con i suoi ricci, i suoi libri e la sua aria spensierata che neanche una 15enne, che con rigore, professionalità e con un profondo spirito missionario, arriva all’ospedale per fare una lezione di matematica e scienze, come se nulla fosse.

E penso a quanto abbiamo da imparare ancora noi trentenni saccenti che ci lamentiamo dei nostri stipendi, dei nostri orari, dei buoni pasto e di altre amenità, quando ci sono piccoli, piccolissimi, ribadisco, microscopici esempi di grandissima umanità e serietà, quando c’è una sessantenne a cui mancano, forse anzi speriamo, 4 anni alla pensione, che ancora si approcciano con incredibile amore ad uno dei mestieri più delicati al mondo: quello di formare gli adulti di domani.

Un insegnante ha effetto sull’eternità; non può mai dire dove termina la sua influenza. Henry Adams.

3 borse, 3 donne, 3 destini

Da leggere ascoltando Chet Baker – But Not For Me

Circa un anno fa avevo analizzato il contenuto della mia borsa cercando proprio lì dentro, risposte assolute alle mille domande che mi assillano da 32 anni e mezzo. Sperando in qualche modo di tirare fuori, manco fosse la borsa di Mary Poppins, la verità su me stessa. Inutile dire che il tentativo è miseramente fallito, quelle e altre domande ancora, continuo a portarmele dietro.

Però è pur vero che una borsa la dice molto lunga sul tipo di donna che la possiede. Volete degli esempi? Tre amiche si sono prestate all’esperimento. Eccole.

elibee
Questo è il contenuto della borsa della mia amica E.
Agendina, matita e china: fa l’illustratrice e ogni occasione è buona per graffiare su carta ciò che vede e che vive in prima persona, per restituire delle illustrazioni cariche di carattere e personalità, le potete vedere qui. Portamonete stile “nonnina con pochi spicci” e gli occhiali da vista anni ’40 rivelano la sua inclinazione vintage che di fatto, a sua volta, rivela un enorme desiderio di invecchiare.
2 diversi tipi di fondotinta, uno compatto e uno in crema, per affrontare il secondo problema più urgente al mondo dopo il buco dell’ozono: la sua pelle lucida.
In poche parole: E. è un’artista eccentrica con un’anima vintage e la pelle perfetta.

miggy
Questo è il contenuto della borsa della mia amica M.
Intanto M. fuma tabacco e io amo che fuma tabacco, perché non si accontenta di estrarre una sigaretta già preconfezionata da chissà chi, ma preferisce farsela a modo suo. Il portachiavi a laccio è giovane, M. ha un’anima che non ha voglia di arrivare a 30 anni. Lo dimostrano anche gli occhiali da sole stile Ray-Ban pieghevoli; M. perché ti compri gli oggetti salvaspazio se poi c’hai le borse enormi mezze vuote? Mistero.
Il suo colore preferito è il viola, lo potete dedurre dalla cover del suo iphone. E poi, perché con un portafoglio così grande, ci sono monete e scontrini sfusi? Mistero, ancora.
In poche parole: M. è piena di misteri e di contraddizioni e ama il viola.

simona
Questo è il contenuto della mia amica S.
La mia amica S. fa la stilista. Lo potete dedurre dal fatto che tutti gli oggetti della sua borsa sono in “cartella colore”, come direbbe lei. E’ una delle poche persone che conosco perfettamente organizzate: insomma chi di noi non ha una lima per unghie in borsa, giusto? E poi forcine, specchietto e lucidalabbra, perchè quando meno te lo aspetti potresti imbatterti nel principe azzurro. 2 diversi tipi di agenda, perché ama separare la sua vita privata da quella lavorativa. E una barretta energetica, perché è sempre di corsa tra Torino e Milano e avete presente il film “Il diavolo veste Prada”? Ecco lei vive una situazione molto simile…
In poche parole: S. è romantica e super organizzata. Quindi uomini, non ve la fate scappare, chiaro?

Per chiudere condivido il contenuto della mia borsa e lascio a voi immaginarvi il senso degli oggetti che mi porto dietro quotidianamente. Se vi va, ovvio.
vale

La borsa pesante fa il cuore leggero.
Ben Jonson

Disinnamoramenti

Da leggere ascoltando Midlake – Young Bride

Che poi ad un certo punto ci si disinnamora.
Esattamente come il processo di innamoramento, anche la fase di perdita dell’amore richiede tempo, energia e regala emozioni memorabili.

Dev’essere un po’ come quando ti passa l’influenza, quando sei abituato a rimpinzarti di antibiotici che ti danno quella sensazione di smarrimento e rintronamento totale, e poi ad un certo punto torni alla normalità e la vita normale ti sembra una grande figata e ti ripeti che ammalarti ogni tanto ti fa bene, perché poi apprezzi tantissimo la noiosissima routine di tutti i giorni.

Ecco, disinnamorarsi è un po’ così.
Un po’ come quando senti che la febbre sita passando, che il catarro si sta sciogliendo e il mal di gola attenuando. E la vita salutare a cui sei abituato è proprio dietro l’angolo e non vedi l’ora di riabbracciarla.

Fai un sacco di programmi, mica su cose speciali, no, ti basta fare la spesa, passeggiare, fare un giro in bicicletta, addirittura dormire e mangiare, sai che tutto avrà un gusto e un ritmo assolutamente normale e ordinario e tu non vedi l’ora di riviverli.

Ecco, quando ti disinnamori non soffri, non affretti le cose, aspetti che la febbre scenda del tutto e ti programmi una bella passeggiata da fare per il giorno successivo. Senza fretta. Senza spingere. Lasci che la malattia si attenui e torni alla normalità, senza tragedie, senza intoppi. Naturalmente.

Siamo lenti a smettere d’amare, perché speriamo di essere amati (OVIDIO).

Amore&Demenza

Da leggere ascoltando The Lumineers – “Stubborn Love”

La mia amica I. mi chiama di domenica mattina presto, terrorizzata, isterica, nevrotica.
“Ho cercato di fare l’auto-diagnosi su google, ma niente, non ho trovato nulla, eppure c’ho qualcosa che non va. Devo avere una sindrome sconosciuta, magari col nome esotico, perché non dormo, sono instabile, ho le palpitazioni, sudore freddo, ansia, non sto ferma neanche un attimo”, “occhei, dico io, forse sarà il caldo e la tua solita turbolenza emotiva, no? mica c’è da preoccuparsi…”, ma lei va avanti “guarda che c’ho pure un braccio che ogni tanto si addormenta, non è che poi mi viene un infarto?” io cerco ancora di tranquillizzarla “guarda che si addormenta pure a me a volte, è quel cavolo di mouse che muovi per 10 ore di lavoro, ma quale infarto, dai?!” lei riprende “mi si è pure chiuso lo stomaco, non mangio, mi agito, non mi concentro…” ci penso bene. E capisco. “Mi sa che sei innamorata”. Sento che rimane in silenzio. “Forse non te ne sei resa conto perché è tanto che non ti succedeva, ma fidati, i sintomi li hai tutti” sento che piano piano sospira e si lamenta in silenzio “Non è una cosa brutta, dai! Anzi…” Allora lei prende coraggio e mi risponde “Preferivo la sindrome col nome esotico o ancora meglio l’infarto, l’innamoramento no, non lo so gestire, non c’è cura o medicinale che possa attenuarlo, neanche una bella quarantena o un intervento chirurgico per metterlo a posto, se ti becchi l’innamoramento sei bella che fritta, andata, non ti ripigli più, in poche settimane avrò il cervello ridotto in poltiglia, la vita ribaltata, il cuore sconvolto e non potrò più fare nulla, sarò così irriconoscibile che neanche i mie amici più cari vorranno vedermi. No, l’innamoramento è il peggio del peggio che possa capitarti, soprattutto se sei ancora giovane, ti toglie ogni speranza di riprenderti, credimi”. Non so francamente cosa risponderle e allora le faccio una domanda: ma perché neghi la possibilità di innamorarti? Non ha senso: soffri senza neanche viverti prima un po’ di quella parte bella dell’amore!

E allora lei chiarisce “ma non capisci? nessuno vuole essere davvero felice. Nessuno vuole che i suoi casini vengano sul serio risolti, i drammi chiariti, i problemi ripuliti, sennò poi bisognerebbe cavarsela con ciò che ti rimane: la tranquillità emotiva. Io non la so gestire la tranquillità emotiva.”

Ah neanche io, se è per questo. E penso: spero proprio di non innamorarmi anche io, cazzo.

È sorprendente quanto il modello comportamentale dell’amore sia simile a quello della demenza. (Matrix Revolutions)

Una notte buia e tempestosa

Da leggere ascoltando Wim Mertens – Close Cover

E niente, mi è tornata l’insonnia.
Non so se per il caldo, se per l’instabilità emotiva degli ultimi giorni, magari per l’irrequietezza caratteriale che tanto mi contraddistingue, non so. Ma in pratica ho dormito 2 ore, tutto il resto della notte l’ho passato a rimbalzare pensieri in un’avvincentissima partita a tennis con il mio subconscio.

E forse non lo sospettereste mai, ma sapete quanti pensieri riescono a saettare nella testa in solo 1 minuto?

Troppi. E tutti scomodi.

Non voglio rimane sola.
Vorrei raggiungere con un salto Caserta e mangiare con i mie nonni
Vorrei chiamare mia mamma e non sembrare così fredda.
Ho sbagliato lavoro.
Ho sbagliato vita.
Vorrei essere a Torino a chiacchierare con S.
Vorrei dedicare più tempo alla danza.
Vorrei essere rimasta a Montreal.
Mi piacerebbe tormentare meno E. nelle nostre passeggiate della felicità.
Vorrei riuscire a smettere di amare F.
Vorrei diventare mamma.
Ho paura che mi sentirò un’estranea nella mia casa nuova.
Vorrei che Apollo fosse qui.
Mi piacerebbe se i gatti mi piacessero.
Vorrei vivere a casa di A.
Vorrei sapere perché G. mi odia.
Vorrei essere meno sensibile.
Ho paura che finirò con l’accontentarmi di cose che non mi piacciono davvero.

1 minuto intenso. Anche troppo.

Era una notte buia e tempestosa… (Edward Bulwer-Lytton)

La bellezza dei propri sogni

Da leggere ascoltando Other Lives – Dust Bowl III

Ieri sera, passeggiato per il centro ho fatto un salto nel passato di ben 13 anni e 140 km.

Sono sulla mia bicicletta sgarrupata che percorro una via Dante stranamente solitaria. Sono passate da poco le 21 e a parte qualche coppietta che piantona le panchine di pietra e qualche gruppetto di turisti convinti di poter assaggiare la vera pizza nei baretti sulla via, non c’è davvero nessuno in giro. E io ovviamente colgo l’occasione per partire con la mia mente.

Estate del 2000, Torino, Piazza Castello.
E’ il mio primo anno universitario ed io sono una pendolare. Sto attraversando la piazza a piedi per andare alla stazione di Porta Susa per tornare ad Ivrea. Ho il mio zainetto sulle spalle, Torino mi sembra la metropoli più grande del mondo. Mi manca solo un fazzoletto in testa per essere la copia perfetta di una versione, poi non così tanto moderna, di Heidi. Mentre attraverso la piazza incrocio una ragazza che viene a danza con me, lei non mi vede, è in bicicletta e tira dritto, ed io la guardo con invidia. E’ più grande di me, fa l’ingegnere e a danza è una delle più brave, ed io un po’ vorrei essere come lei: libera, forte, coraggiosa, mentre scivola senza freni sull’immensa piazza vuota andando chissà dove, forse addirittura senza meta.

Ed è un attimo. Forse i sampietrini, forse i pedali che vanno veloci, forse la mia vita senza meta, la mia testa senza freni, ma in pochi secondi sono ritornata indietro di 13 anni e poi di nuovo al presente ed è come se si fosse avverata una sensazione.

E penso che a volte è proprio strano: per quanto ti sforzi di immaginarti il tuo futuro e per quanto a volte perdi le speranze perché ti sembra di non aver raggiunto ciò che desideravi, proprio mentre sei li presa a pensare ad altro, certi pensieri, desideri ed aspettative, si realizzano, inaspettatamente.

Il futuro appartiene a coloro che credono nella bellezza dei propri sogni. (Eleanor Roosevelt)

La casa è dove si trova il cuore

Da leggere ascoltando Kasabian – Goodbye Kiss

Lo so ve l’ho già detto che sto traslocando e so anche che la blog-cronaca del mio trasferimento da una casa all’altra non è esattamente nella top list delle breaking news segnalata da ANSA, ma che ci volete fare, sto vivendo un momento di transizione pazzesca e mi va di condividerlo. Se non vi interessa skippate pure il post o cambiate blog.

Però siete curiosi e volete sapere :
A- dove cavolo vado
B- se ci vado con qualcuno
C-ma com’è la casa?

Bene. Non risponderò né ad A né a B né a C.
Ma posso dirvi che inscatolare 3 anni mezzo di vita è davvero emozionante, oltre che stressante, deprimente, noioso, faticoso e con questo caldo, proprio una tortura.

Ma superato l’evidente fastidio nel vivere letteralmente avvolta da giganti scatoloni, si può davvero scoprire l’emozione di rivedere gli ultimi anni come in un film, andando a ritroso, ricordando quel giro in bicicletta con quella gonna cortissima che non hai più messo, ricordando l’ultimo Natale e quel cappotto che non metterai mai, rivivendo il sapore di quelle linguine alle vongole che cucinavi così tante volte da aver consumato il fondo della padella, riascoltando quei CD di Coltrane regalati al compleanno e ad ogni nota ti sembra di sentire l’odore della sua barba e poi le scarpette di danza, i pantaloni comprati in Thailandia, le foto che ti porti dietro da Torino per ricordarti delle tua amiche lontane, la lucina a cuore che ti porti dietro da Roma, la foto di quando avevi 2 anni che ti porti dietro da Ivrea. Tutto traccia la tua vita, il tuo viaggio e ti ricorda che sei una nomade, in continuo movimento e che ora, e non ci vuoi credere, ora ti fermerai per un po’, in una casa tutta tua.

E così tra 15 giorni chiuderò la porta di questa casa lasciando tanti ricordi dentro, ricordi che non voglio portarmi dietro. Lascerò le chiavi lì sul davanzale e mi muoverò verso un’altra avventura. Lascerò che l’amore lacerante vissuto negli ultimi 3 anni rimanga li dentro, chiuderò il suo eco dentro quelle 4 mura, come fosse il vaso di Pandora.

La casa è dove si trova il cuore. (Plinio ilVecchio)