Distanze sentimentali

Da leggere ascoltando The Naked and famous – Hearts like ours
Certe distanze non si colmano mai.
Parlo delle distanze sentimentali. Quelle lontananze che non sono mai solo fisiche ma anche emozionali. Cumuli di blocchi emotivi, tenuti insieme da un filo spinato di scostanza ed egoismo.
Pile e pile di vorrei ma non posso, muri di scuse e alibi infantili per evitare di mettersi in gioco nell’esame più difficile al mondo: Teoria e pratica dell’amore sincero. Ho sentito di gente che quell’esame l’ha dato più di 10 volte e niente, manco fosse l’esame di stato degli avvocati.
Così, stavo ragionando sulla distanza sentimentale ieri sera e ho pensato che invece di cercare di colmarla a tutti i costi facendo una corsa ad ostacoli in cui sfracellarsi puntualmente a terra ad ogni metro, forse varrebbe la pena di farsi una passeggiata da soli.

La lontananza che rimpicciolisce gli oggetti all’occhio li ingrandisce al pensiero. Arthur Schopenhauer.

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UFO: tutta la verità

Da leggere ascoltando THE NAME GAME – SHIRLEY ELLIS

E nel frattempo che cerco una nuova casa per i miei pensieri, vi lascio con un giochino.
Tutto ciò che un UFO può davvero rappresentare…Sentitevi liberi di aggiungere delle opzioni!

UFO
Ultima Fermata Ormai
Unica Felicità Onestamente
Urge Fidanzarsi Ora
Unta Frittella Obsoleta
Universo Feroce Oggi
Ubriachi Formammo Ossimori
Urtanti Finali Opinabili
Ufficialmente Fingo Orgasmi (scusa mamma, scusa papà, scusa Dio)

….

“Non derido più le persone che dicono di aver visto un Ufo, perché ne ho
visto uno anch’io”.
Jimmy Carter ex presidente degli USA.
[Pure lui alla fine si era innamorato!]

L’ultimo post

Da leggere ascoltando Louis & Ella – Dream A Little Dream Of Me

Il mio amico A. direbbe proprio che sono una terrona melodrammatica (senza nessuna offesa per il meraviglioso popolo del Sud Italia, di cui io per altro faccio parte, in fondo).
Del resto è innegabile, sono un’istintiva persa e per quanto io possa lavorare sui miei limiti, a volte capita di prendere delle decisioni di pancia che poi si rivelano corrette e così, cari lettori (cioè mamma, papà, Marta, Simona, Nicola, Laura, Elena, Eli, Miggy, Sara e i pochi altri che negli anni mi hanno più o meno seguita) è arrivato il fatidico post: si, l’ultimo post.

Con questo straziante addio (dai che poi ne apro un altro, su…) vi congedo, e insieme a voi congendo gli ultimi 3 anni della mia vita, non con amarezza ne con rabbia, ma con la speranza che altri blog migliori mi aspettino.

Tre anni fa, dopo l’ennesima delusione affettiva, aprivo questo blog con l’obiettivo di raccontare il mio mondo, di costruire una valvola di sfogo, una specie di rifugio e di riparo. Qui ho raccontato le mie vicissitudini affettive, i miei errori, le mie speranze, i miei addii, i miei “no, dai resto”, le mie amicizie, i miei viaggi. E rileggendo i miei 180 post (cavolo, volevo arrivare almeno a 200…) mi sono resa conto di non aver fatto molti passi avanti. Il mio primo post racconta esattamente come sono oggi (ok, a parte la scelta musicale).

E lo so che bisogna rimane se stessi e bla bla bla, ma a volte bisogna solo semplicemente (si fa per dire) cambiare e basta.
Chiudere una fase e aprirne altre nuove. Partire per nuovi straordinari viaggi, senza zavorre, paure e illusioni. Liberi di diventare delle incredibili spugne in mezzo all’oceano, senza appigli ma pieni di desideri e sogni.

E così, dopo aver cambiato lavoro, casa, taglio di capelli, dopo aver cambiato abiti, persino alimentazione e stile di vita, è il momento di fare un enorme e coraggioso passo: cambiare blog.

Spero di ritrovavi tutti nel prossimo.

Grazie di essere passati di qui.

Non smetteremo di esplorare. E alla fine di tutto il nostro andare ritorneremo al punto di partenza per conoscerlo per la prima volta. TS Eliot.

Grinta

Da leggere ascoltando
The Cinematic Orchestra – To Build a Home

Lui è Grinta.
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E’ un micro-gatto che ho incontrato nelle mie recenti vacanze siciliane.
Il nostro incontro è avvenuto un po’ per caso, un po’ per destino. Ha meno di un mese e fa parte di una bada di randagi che affolla una di quelle case enormi col cancello sempre aperto che stanno sul ciglio della strada di uno di quei paeselli dell’entroterra siciliano. La prima volta che l’ho visto, mi hanno detto “non ti ci affezionare troppo, qui i gatti hanno vita breve, di solito muoiono stirati sotto una macchina o uccisi dai cacciatori”. Mentre me lo dicevano, lo guardavo, col suo pelo rossiccio, la sua stazza microscopica e i suoi occhietti sigillati da una cerniera di crosticine.
Dev’essere un po’ handicappato, mi ha detto qualcuno. Dato che ero a casa di sconosciuti, non è che potessi rispondere male, perciò sono stata zitta e tra me e me ho solo pensato “non ci vede, per questo si comporta e si muove in maniera stupida”.
Qualcun altro ha poi aggiunto “mi sa che ormai è cieco”.
In borsa avevo del collirio e così, armata di fazzoletto e testardaggine, gli ho aperto gli occhi.
“lo chiamerò Grinta!” ho detto ad alta voce, battezzandolo.
E così là in mezzo allo spiazzo di questa casa enorme, ci siamo ritrovati io e lui, microscopici e rossicci, a guardarci negli occhi. L’ho visto guardare il mondo per la prima volta, cogliere le forme e i colori di ciò che fino a un istante prima aveva solo un odore e un rumore. L’ho seguito mentre muoveva i suoi primi passi, incerto e buffo, insicuro e circospetto, impaurito e tremante.
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Non rivedrò mai più Grinta. Ma magari, anzi, speriamo, lui sopravviverà contro tutte le aspettative.

Stamattina mi sento un po’ Grinta anche io.
Come lui ho aperto gli occhi per la prima volta, come lui mi muovo spaurita e incerta e ho bisogno di dare una forma ed un colore alla realtà, che per così tanto tempo avevo smesso di guardare. E’ un po’ come se avessi vissuto gli ultimi 3 anni con gli occhi chiusi e come se oggi per la prima volta qualcuno con un collirio potente, me li avesse aperti. E questo è tutto.

Pur di non fare i conti con la realtà preferiamo convivere con la finzione, spacciando per autentiche le ricostruzioni ritoccate o distorte su cui basiamo la nostra visione del mondo.
Massimo Gramellini, Fai bei sogni

Innocente quando dormi

Da leggere ascoltando Tom Waits – Innocent when you dream

“Sarà l’estate più calda delle mia vita” è questo che pensò appena aprì gli occhi in quell’afosissimo mattino di inizio estate. Aveva piovuto ininterrottamente per tre settimane e l’aria che si respirava sapeva di asfalto, pioggia e disinfestante per zanzare. E non è che andarsene in giro per la città fosse la cosa più gradevole del mondo.
Forse è per questo che appena le sue palpebre si stiracchiarono e i suoi occhi rollarono verso la finestra, una forza inaudita dentro di lei, la spinse a fare un passo indietro e a riaddormentarsi immediatamente; forse avrebbe potuto dormire per tutta l’estate, non come una sorta di letargo effettivo, piuttosto come recupero di ore e ore di insonnia invernali. Come si fa a lavoro, quando accumuli troppi straordinari non pagati e ti dicono poi che puoi prenderti un paio di settimane di vacanza aggiuntive. Ecco, pensò “mi merito di dormire e di non svegliarmi mai più, mai per questo 2013, almeno”.

E così si addormentò dolcemente, col sudore che iniziò ad irrigare il suo corpo, le pale del ventilatore che colpivano l’aria pesante, facendo quasi rumore, l’odore della città che si dileguava. Entrò quasi in uno stato meditativo. Come in una dimensione altra, dove i sogni non erano semplici sogni ma desideri che si esplicitavano. Dove le persone non avevano un volto ma una fragranza e un’essenza e i ricordi di ciò che aveva vissuto così intensamente solo 2 settimane prima, si amplificavano e originavano nuove esperienze e situazioni. Le stesse da cui voleva fuggire, addormentandosi e sperando di dimenticare.

“Sarà l’estate più calda delle mia vita” fu l’ultimo pensiero razionale che le venne in mente, prima di perdersi completamente in quella dimensione pericolosa che univa il passato con il futuro, tagliando completamente fuori il presente.

I desideri sono la cosa più importante che abbiamo e non si può prenderli in giro più di tanto. Così, alle volte, vale la pena di non dormire per star dietro ad un proprio desiderio.
Alessandro Baricco

[continua…]

Nota: scusate ma m’è presa un’insensata voglia di racconti…

Collezionisti

Da leggere ascoltando Cold war – The morning benders

Ho sempre guardato con ammirazione tutte quelle persone che hanno la pazienza e la curiosità di collezionare oggetti.

Ci sono i collezionisti classici, persone che raccolgono con infinita meticolosità francobolli di ogni epoca, alcuni intatti, alcuni rovinati dal tempo, altri irrigiditi dalla colla indelebile, tutti messi infila e catalogati per anno, per nazione. Sono veri e propri appassionati che con una ovvia anima da serial killer, no?

Poi ci sono i collezionisti di oggetti di interesse più o meno discutibile: quelli che c’hanno eserciti di animali, gufi, elefanti, pesci, galline, di ogni materiale, colore, grandezza, senza razzismo alcuno, accumulano senza posa, e tu francamente ti chiedi: ma perché?

E ci sono i collezionisti acculturati, quelli che zappano la casa di scaffali per esibire in maniera voyeuristica la loro preziosissima collezione di vinili, di prime edizioni di libri, di giocattoli vintage… file e file di prove confutate che “oh, io c’ho un gusto e una cultura che mica tutti ce l’hanno”. E tu ti chiedi se i 10 cm di polvere accumulati sopra oggetti così speciali, siano sintomo dello scarso utilizzo: cioè quel vinile lo hai mai messo su davvero o l’hai comprato e riposto nello scaffale, appena comprato?

Ma non è finita. Ci sono i miei e preferiti: i collezionisti di donne.
Quelli che amano averne tante, tutte insieme, perché anche loro, come i collezionisti di animali, mica sono razzisti e ne vogliono almeno una per tipologia: bionda, bruna, rossa, alta, minuta, magra, con le forme, con gli occhi chiari, con gli occhi scuri, stupida, intelligente, dolce, fredda, etc… quelli che amano riempire il proprio “cuore”, si fa per dire, di donne, come fosse l’arca di Noè. E ogni volta mi chiedo: ma come ci si sente ad essere una degli oggetti collezionati?

Dev’essere un po’ come quando sei in fila dal macellaio, col numerino in mano, in fila per chiedere la tua bistecca e nell’attesa che tocchi a te, scruti con curiosità le tue rivali, come si vestono, come si muovono, come parlano. E ti accorgi che la tua infinita diversità dalle altre è ciò che ti ha fatto arrivare sullo scaffale del tuo uomo-collezionista. Che per forza di cose non potrà mai apprezzarti davvero per quello che sei, ma che esattamente come chi colleziona vinili e prime edizioni di libri, ti mette lì per ostentarti e che mai davvero riuscirà ad aprirti o ad ascoltarti.

Ogni collezionismo spinto fino alla mania, dagli innocui francobolli agli inquietanti editti sulle esecuzioni capitali, ha già odore di decomposizione.
Cesarina Vighy